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Il sacro e il profano: il vino di San Bernardino

Il sacro e il profano: il vino di San Bernardino

Autore: Gusto landia/giovedì 21 luglio 2016/Categorie: Territori , Toscana

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La cerimonia di premiazione de La Selezione del Sindaco, tenutasi lo scorso 4 luglio nel capoluogo abruzzese, ci offre l'occasione per tornare a parlare dell'Azienda La Cura di Massa Marittima. In particolare del suo originalissimo passito rosso ricavato da uve di Merlot e di Aleatico, che ha di nuovo conquistato la giuria del concorso enologico internazionale organizzato dall'Associazione delle Città del Vino. Perché questo splendido e pluripremiato vino dolce, certificato dall'IGT Toscana, si chiama “Predicatore” e nell'etichetta riproduce una predica di San Bernardino da Siena in Piazza del Campo a Siena, dipinta da Sano di Pietro nel XV secolo.

Ed è proprio Enrico Corsi, il titolare dell'azienda, a farci notare il filo rosso che quest'anno ha unito il sacro e profano passando per tre luoghi significativi sia per il Santo che per l'universo enologico italiano:

- Massa Marittima, luogo di nascita di Bernardino degli Albizzeschi nel 1380, Città del Vino e sede legale dell'Azienda La Cura;

- Siena, la città dove Bernardino studiò e pratico buona parte della sua intensa attività di predicazione e oggi sede dell'Associazione delle Città del Vino;

- L'Aquila, dove il Santo morì il 20 maggio del 1444 e dove il corpo è tuttora conservato nella imponente e scenografica basilica a lui dedicata.

Una storia particolare quella di San Bernardino da Siena, così come quella della scelta di Corsi di dare a questo passito rosso il nome di uno dei più grandi predicatori della cristianità, un frate scherzoso che nei suoi sermoni con incredibile attualità ammoniva “la proprietà non appartiene all'uomo ma è per l'uomo", condannava l'usura, lodava gli imprenditori onesti e giustificava la proprietà privata solo se utilizzata per rendere migliore tutta la società. La sua attenzione agli aspetti pratici della vita dei fedeli, con un'analisi decisamente moderna, fu così incisiva da essere sprone di forte rinnovamento per la Chiesa cattolica italiana e per tutto il movimento francescano.

“La mia nonna diceva che è un peccato sprecare la roba perché nella civiltà contadina 'un si butta via niente. - ci racconta Enrico- Nasce da qui l'idea di recuperare i grappoli altrimenti destinati ad essere persi. Il mio babbo non sopportava l'idea di diradare le uve e questi acini, che costituivano il 50% della produzione e rimanevano in terra scartati, provocavano delle liti in famiglia che duravano settimane intere. Avevo iniziato ad occuparmi direttamente del vino da tre anni quando, sempre per combinazione, per mancanza di tempo mi trovai a diradare il Merlot con una settimana di ritardo, quando le uve erano già invaiate, cioè avevano già cambiato colore perché avevano dello zucchero dentro. Dopo una settimana ripassando nel vigneto assaggiai quest'uva passa che era squisita e decisi di vinificarla, pensando al metodo con cui si trattano le uve del Vinsanto, le prime ad essere raccolte. L'esperimento riuscì e da allora ogni anno lasciamo per ogni tralcio due grappoli, di cui uno viene raccolto in un secondo momento”.

L'epoca di vendemmia del Merlot viene in genere posticipata all'ultima settimana di settembre e permette di vinificare quando il clima è più fresco. Le uve, appassite al sole in modo naturale, sono un po' zuccherine e quindi atte a fare un vino passito, in cui è importante raggiungere un giusto equilibrio tra acidità e zuccheri.

E la tecnica di diradare le uve con un po' di ritardo utilizzando anche quelle considerate inadatte alla vinificazione - messa a punto grazie alla preziosa collaborazione dell'Università di Pisa e all'uso di metodiche antiche - non richiama alla memoria le parole del Vangelo "la pietra scartata è divenuta testata d'angolo"?

“Questo vino - dice infatti Enrico - si inserisce a dovere nel discorso molto più ampio dello spreco e delle energie rinnovabili e si ricollega alle prediche di Bernardino sull'importanza di considerare i beni materiali solo come uno strumento per attuare il bene di tutti e sulle buone opere con cui avvicinarsi a Dio. Come San Francesco che prima di lui aveva rinunciato alla sua condizione di “ricco e cavaliere” e come Papa Francesco che oggi continuamente richiama i valori della semplicità e della generosità, San Bernardino abbandonò i privilegi di una famiglia nobile e potente per occuparsi del patrimonio spirituale delle persone facendo il bene e predicando la concordia nella comunità. Idee e principi che oggi ci appaiono sempre più dimenticati e calpestati da chi uccide e terrorizza le persone in nome di Dio, non martiri dunque, come pretendono di essere considerati, ma solo poveri fratelli ignoranti e arrabbiati”.

“Tutta la Maremma, peraltro - prosegue ancora Corsi - è ricca di tracce che testimoniano come le strade di straordinari credenti si siano nei secoli qui incrociate: dal patrono di Castiglione della Pescaia (Gr) San Guglielmo di Malavalle che, dopo essere partito da nobile cavaliere per le crociate, decide di posare l'armatura e dedicarsi alla meditazione nella macchia impervia di Malavalle a Castiglione (dal suo esempio nacque l'ordine dei Guglielmiti) a San Galgano di Chiusdino (Si), anch'egli ricco e nobile e cavaliere, che pianta la sua spada su una roccia lasciando la milizia terrena per una vita eremitica. Senza dimenticare San Francesco che, al ritorno dalla guerra, si spoglia della vecchia vita rivestendosi di povertà e bontà d'animo per essere ascoltato e visto con occhi nuovi e la cui eredità spirituale in Toscana è testimoniata dalle innumerevoli chiese e opere d'arte a lui dedicate a partire dal tredicesimo secolo”.

Ancora un esempio, insomma di come sacro e profano attraversino le vie del vino italiane, invitandoci ad andare alla scoperta delle tante sfaccettature dei nostri territori, preziosi scrigni di arte, cultura, storia e sapori.
 

Bernardino da Siena, un santo di grande attualità

Nato nel 1380 a Massa Marittima da Nera degli Avveduti e dal nobile Tollo degli Albizzeschi, governatore della città, Bernardino frequentò gli studi a Siena dove prese l'abito a ventidue anni, iniziando un'intensa attività di predicazione in tutta l'Italia settentrionale. La sua attenzione agli aspetti pratici della vita dei fedeli, con un'analisi decisamente moderna, fu così incisiva da essere sprone di forte rinnovamento per la Chiesa cattolica italiana e per tutto il movimento francescano. Nonostante un processo per eresia al vaglio della Santa Inquisizione (da cui fu completamente prosciolto) e nonostante i contenuti espliciti e taglienti delle sue prediche che gli procurarono diversi nemici, nel 1450, a pochi anni dalla sua morte avvenuta a L'Aquila, fu proclamato santo da papa Niccolò V.

I sermoni (in parte raccolti ne "Le Prediche Volgari di Siena") duravano tre o quattro ore ed erano pieni di esempi, aneddoti e digressioni, con frequente ricorso ai dialetti ed ai gerghi locali, alla mimica e agli scherzi. Come ad altri importanti predicatori, gli fu particolarmente caro il tema della riconciliazione e della risoluzione delle contese. Ma il suo pensiero è ricordato nella storia del pensiero economico poiché fu il primo teologo, dopo Pietro di Giovanni Olivi, a scrivere un'intera opera sull'economia (“Sui contratti e l'usura”) in cui condanna aspramente l'usura e affronta i temi della giustificazione della proprietà privata, dell'etica del commercio e della determinazione del valore e del prezzo.

Bernardino analizza con grande profondità la figura dell'imprenditore e ne difende il lavoro. Il commercio non è necessariamente fonte di dannazione, potendo essere praticato in modo lecito o illecito come tutte le altre occupazioni. Se onesto, anzi, un mercante fornisce servizi utilissimi a tutta la società: riappiana la scarsità di beni in una zona trasportandone da zone in cui sono abbondanti, custodisce beni limitando i danni di eventuali carestie, trasforma in prodotti lavorati le materie altrimenti grezze e inutili.

Il commercio equo, sostiene il frate francescano, transita attraverso l’efficienza e la responsabilità e procede grazie alla laboriosità ed all’assunzione del rischio. La proprietà esiste è ed un bene, almeno finché non appartiene all’uomo ma sussiste per esso, quale strumento per ingenerare miglioramento nel mondo. I guadagni che derivano ai pochi che hanno saputo attenersi a queste virtù sono la giusta ricompensa per il duro lavoro svolto ed i rischi corsi. Sono per contro, deprecabili senza mezzi termini i nuovi ricchi, che invece di investire la ricchezza in nuove attività, preferiscono prestare a usura e strangolano la società anziché farla crescere.

Bernardino riteneva, infatti, che la proprietà non "appartenesse all'uomo", quanto piuttosto "fosse per l'uomo" uno strumento per ottenere un miglioramento nell'insieme della società. Uno strumento che veniva da Dio e che l'uomo doveva meritare, applicare e far fruttare come saggio amministratore. E con un'intuizione estremamente attuale, la sua attenzione non era rivolta solo ai "veri" poveri, quelli che avevano già diritto all'elemosina e al sostentamento diretto da parte del prossimo facoltoso, ma anche all'indigente “potenziale”, agli artigiani, ai contadini, ai piccoli professionisti che per impellenti difficoltà economiche potevano trovarsi nel baratro dell'indebitamento perdendo i loro beni, e soprattutto gli stessi strumenti con i quali essi lavoravano, trovandosi così costretti ad abbandonare l'esercizio del mestiere o della professione. Per il santo, le crisi economiche nascono quando si perde di vista «lo ben comune», la «mercanzia» (oggi potremo dire la “finanza”) deve essere buona cioè non contraffatta e parte delle risorse devono essere sempre destinate alla porzione meno fortunata della società, perchè l'elemosina (leggi “welfare”) non è una perdita ma un investimento e l’intera comunità ne trae beneficio in termini di concordia e stabilità.

 

(di Alessandra Calzecchi Onesti) 

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